Da una lettera pervenuta alla Presidenza dell’ANB

Intendiamoci bene, io sono orgoglioso di essere stato per una vita artigliere, ho comandato dignitosamente unità di tale Arma che vantavano e vantano un passato glorioso; i colpi che ho sparato con i miei pezzi, nel corso di tante esercitazioni a fuoco, sono sempre andati sul segno; sono convinto assertore dell’insostituibile ruolo svolto dall’artiglieria sui campi di battaglia; sono fedelmentememore dei fasti, delle tradizioni e delle memorie che hanno accompagnato la storia della mia Arma.

Ma pur alla luce di tutto questo, i Bersaglieri occupano da sempre un posto privilegiato nel mio cuore; posto che si sono cominciati a guadagnare sin da quando bambino chiesi alla Befana (in quei lontani anni, Babbo Natale non era ancora assurto al ruolo di massimo dispensatore di regali natalizi) ed ottenni nientemeno che una sciabola ed un cappello da bersagliere. Che gioia e quanto orgoglio provavo nel correre, per la non grandissima casa che occupavo allora con la mia famiglia, con la sciabola sguainata e le piume al vento, lanciato verso la liberazione del sacro suolo della Patria dall’odiato straniero! Erano gli anni ’60 del secolo scorso, quelli del Primo Centenario dell’Unità d’Italia che, ricordo, si celebrò con grande partecipazione. Non persi nemmeno la preziosissima collezione di figurini militari risorgimentali che, forse per quella particolare occasione, “IlCorriere dei Piccoli”, giornalino per i ragazzi assai diffuso in quel tempo, pubblicò. Ebbi cura di incollarli su cartoncino con la Coccoina, colla dal profumo gradevolissimo che credo non si trovi più in commercio, e dopo averli ritagliati erano pronti per interminabili battaglie. Naturalmente i Bersaglieri, con le loro divise color turchino, i risvolti cremisi, il cordone verde sul petto ed il cappello piumato erano quelli che con impeto risolvevano ogni situazione.

Poi venne il tempo delle sfilate del 2 giugno, per la Festa della Repubblica, e non me ne perdevo una. Ad un certo punto della manifestazione cessava il susseguirsi dei reparti in marcia e si creava una soluzione di continuità di cui tutti conoscevano il motivo: stavano per sopraggiungere i Bersaglieri ed Immagine 2il loro veloce procedere aveva bisogno di spazio. Era il momento più emozionante, atteso, travolgente; il cuore sembrava impazzire nel mio petto e i miei occhi si inumidivano. Che splendide giornate erano quelle per me! In verità ricordo che in una di quelle occasioni vissi una esperienza unica. Abitavo in via Cristoforo Colombo, viale che collega Roma al mare, ed i miei ricordi risalgono ad anni in cui il traffico che interessava l’arteria non era così intenso come ora. Per preparare la Sfilata, così si sintetizzava la manifestazione del 2 giugno, un reparto di Bersaglieri, forse un Battaglione o addirittura tutto un Reggimento di formazione, venne a provare lo sfilamento un paio di giorni prima dell’evento, e quindi: un “vai e vieni” per un numero infinito di volte sullo stradone; io naturalmente mi accodai a quel “vai e vieni” per una mattinata intera e per parte del pomeriggio. Quando tornai a casa dopo un’assenza durata troppe ore furono guai con mia madre che, superato lo spavento per una scomparsa prolungata ed inspiegabile, passò a “vie di fatto”.

Ma il ricordo più forte e vivo in quei tanti “2 giugno” vissuti in Via dei Fori Imperiali è ancora un altro. La solita pausa negli sfilamenti, poi laggiù verso il Colosseo, un ondeggiare di cappelli piumati e le note inconfondibili. In un attimo è davanti a me la testa del reparto: la fanfara, il Gruppo Bandiera e poi……. sui “sanpietrini” del viale: un piumetto. Un piumetto fissato male, forse di un elemento della Fanfara, forse addirittura del Gruppo Bandiera, è ora a terra e le migliaia di occhi degli spettatori sono su quel mucchietto di piume sul selciato, ma non vi rimane per molto; il Comandante del Battaglione o quello della prima compagnia, qui il ricordo è meno preciso, che sta sopraggiungendo (allora i reparti sfilavano “per diciotto” – per i profani vuol dire che il reparto era un blocco di diciotto uomini sulla fronte ed altrettanti sul fianco) con una precisione che ha del prodigioso, con la sciabola sguainata infilza quel grumo di piume di gallo cedrone, lo lancia in aria e lo afferra con la mano che impugna il fodero della sciabola e poi, come se nulla fosse accaduto, dà “l’attenti a sinistr” al suo reparto. Un istante di sorpreso silenzio e quindi il pubblico è tutto un urlo di ammirazione e di entusiasmo. E’ sorprendente come tutta quella scena sia viva nella mia mente e nel mio cuore; tanta prontezza di riflessi, di destrezza, di lucidità di mente, di rapidità di pensiero e di esecuzione sono ancora a più di cinquanta anni così fortemente impressi nei miei ricordi.

Gli anni continuarono a trascorrere ed arrivò il tempo per me di coronare quelli che sino ad allora erano solo sogni di bambino: diventare soldato, l’ingresso all’Accademia Militare.

Naturalmente la mia via era già tracciata: sarei diventato Bersagliere e come era d’uso in quegli anni e come forse avviene ancora ora in quelle austere mura del Palazzo Ducale di Modena, gli allievi, non potendo esibirla, portavano spillata sotto il bavero della giubba una piccola mostrina dell’Arma o della specialità cui si aspirava ad appartenere. Naturalmente sotto il mio bavero per due anni rimase spillata una piccola Fiamma Cremisi.

E poi? E poi, si sa, le vicende umane si sviluppano seguendo vie che hanno dell’imperscrutabile, quello che ora è deciso, certo, domani non si verifica perché altre cause sopraggiungono a modificare quella strada che sembrava già tracciata.

Forse il motivo di quel cambiamento nella suprema scelta mi si è mostrato in tutta la sua evidenza solo qualche giorno fa ad Orsogna, bellissimo centro in provincia di Chieti ove si è svolto il Raduno Regionale dei Bersaglieri d’Abruzzo e dove il grandissimo amico e Bersagliere Generale Peppino Perrotta, Presidente dei fanti piumati di quella Regione, per via di una sua non comune sensibilità umana mi ha voluto invitare. In quella occasione uno dei partecipanti al Convegno che si è svolto nel quadro del Raduno, il Bersagliere Generale Agostino Pedone ha, tra l’altro, affermato che l’appartenenza al Corpo deriva da una profondissima “Fede”. Ecco, è in quel momento e grazie a quelle parole che tutto è divenuto chiaro in me ed il dubbio che mi accompagna da quasi cinquanta anni non è più tale: in quegli anni giovanili e nel momento decisivo a me venne meno quella “Fede”.

Vero Fazio

NB: Il Gen. D. (r) Vero FAZIO, dell’Arma di Artiglieria, abita a Roma e proviene dai Corsi Regolari ( 23° Corso) dell’Accademia Militare di Modena.