( di Sandro Di Russo)

PROLOGO

Gli allievi AUC del LI battaglione d’istruzione di stanza a Marostica (VI), mentre attendevano al duro corso per la nomina a sottotenente, furono trasferiti nell’estate 1943 in terra di Puglia a protezione dell’aeroporto di Bari Palese. Lì le giornate trascorrevano relativamente serene, alternando lezioni teoriche in “aula” (leggi all’ombra di rigogliosi uliveti) con esercitazioni pratiche e turni di guardia. C’era anche il tempo per rafforzare i legami di amicizia con i commilitoni, per compiere brevi esplorazioni nei dintorni alla ricerca di un albero da frutta da … spogliare o di un pozzo dove attingere acqua fresca, cercare di farsi amica la famiglia che occupava la vicina casa colonica per avere magari un piatto caldo di minestra dietro corrispettivo della stesura di qualche lettera da inviare al familiare al fronte, insomma la politica del baratto e i nostri ne erano maestri, facendo proprio il detto “la necessità aguzza l’ingegno”. L’educazione, la riservatezza, la cultura (erano tutti studenti universitari), il profondo senso del dovere, il rispetto delle istituzioni e dei superiori hanno giocato un ruolo fondamentale nel percorso degli allievi e il racconto che propongo, ascoltato più volte dal mio Papà che ne è stato il protagonista, rende un’idea dell’ambiente nel quale hanno vissuto durante tutto il periodo bellico.-

TUTTI A CASA? NO, GRAZIE

L’ 8 settembre del 1943, di sera, cominciavano a circolare voci via via più certe che la guerra volgeva al termine, si parlava di armistizio, senza badare al reale significato delle parole contenute nel proclama e che ancora oggi fanno discutere. Nulla trapelava dal Comando di btg, meno che meno dalle bocche cucite degli ufficiali. Il giorno successivo, quando gli allievi furono chiamati dal gen. Bellomo per contrastare un reparto tedesco che aveva ordini di distruggere le infrastrutture del porto di Bari, capirono che, anzi, la guerra era appena cominciata e si era solo all’inizio … Erano acquartierati nei pressi della linea ferroviaria adriatica e nei giorni seguenti assistettero al vergognoso spettacolo dei militari che, abbandonate le divise, tornavano presso le famiglie d’origine. E nessuno degli allievi poteva immaginare che, anni dopo, quello spettacolo al quale stavano assistendo sarebbe diventato la trama di un film dell’Albertone nazionale! Tutti si chiedevano il perché, come mai tanti giovani, tutti insieme, sui convogli ferroviari, stipati all’inverosimile, diretti verso il nord e soprattutto verso il sud. Urgente cercare notizie e così qualcuno, approfittando del rallentamento di un convoglio, si avvicinò per chiedere informazioni. Dopo gli insulti e gli improperi rivoltigli in quanto indossava ancora la divisa, gli spiegarono che il Re aveva tradito ed era fuggito e che la guerra era finita; qualcuno allungò la mano per aiutarlo a salire sul convoglio, ma l’ allievo sdegnosamente rifiutò. Al rientro dalla missione, furono messi tutti al corrente e qualcuno, sommessamente e con poco entusiasmo, propose: “ … e se anche noi … ce ne tornassimo a casa?”. L’idea lanciata cadde nel vuoto, non ebbe proseliti e fu subito accantonata, ma era come un tarlo, ogni tanto si faceva più forte il desiderio di casa e degli affetti familiari, che tornavano prepotentemente a galla. Mio nonno era capotreno delle FS e per il suo lavoro si spingeva fino a Termoli (CB), qualche volta fino a Foggia e da lì ne approfittava, complice il collega che proseguiva fino a Bari, anche su linee secondarie, per far recapitare al mio Papà un misero pacchetto con qualche sigaretta, un po’ di olio, qualche dolcetto fatto in casa, insomma quel poco che riusciva a trovare nella dispensa di casa; ma le cose più attese dal mio Papà erano le lettere contenute nel pacchetto che, elusa la censura della posta militare, lo rendevano partecipe della vita familiare e così apprese che la sorella, studentessa universitaria a Milano, aveva conosciuto un bravo giovane di Cremona, che poi sarebbe diventato suo marito, riceveva i saluti dalle persone più care, dai parenti; tutte le lettere del nonno si concludevano con l’esortazione “ … rimettiti nelle mani del Signore!”. Nel frattempo proseguiva l’attività addestrativa, sempre più impegnativa perché gli scenari erano mutati e nulla di buono si intravvedeva all’orizzonte. Il btg nel frattempo aveva raggiunto la Campania e qualcuno ogni tanto tornava ad accarezzare l’idea della fuga, ma nessuno era convinto della bontà dell’operazione e non c’era alcuno a cui chiedere consiglio, una persona d’esperienza che avrebbe potuto illuminarli. Il mio Papà, approfittando dell’opportunità del personale ferroviario “postino” reclutato anche presso la nuova destinazione, alla ricezione di uno dei famosi pacchetti, affidò di rimando uno scritto da recapitare a casa, con tante legittime domande, il cui tenore era pressappoco questo: “Caro Papà, perché molti soldati abbandonano i reparti per tornare a casa? La guerra è davvero finità? Tu cosa ne pensi?”. La risposta non tardò ad arrivare: “Non fatevi venire idee balorde. Tu resta lì al tuo posto, non disertare, hai giurato fedeltà alla Patria, sono un dipendente delle FS e quando si verrà a sapere quello che hai combinato, potrei rischiare il posto. E come provvederò al vostro mantenimento, alla tua istruzione e a quella dei tuoi fratelli? Resta lì e rimettiti nelle mani del Signore, sia fatta la Sua volontà”. Il contenuto della missiva fece il giro dell’intero battaglione e d’incanto sparirono le velleità di fuga, anzi si rafforzò lo spirito di cameratismo. La storia ci dice che combatterono con onore a Montelungo dove molti pagarono con la vita il giuramento di fedeltà alla Patria, altri ne portarono i segni per tutta la loro esistenza, risalirono l’Italia e si ritrovarono a Bologna.-

Fin qui la storia, riassunta in poche righe, che però abbraccia l’arco di due anni lunghissimi, tristissimi, pieni di stenti, di sacrifici. E non è mai venuto meno in loro il desiderio di rivivere quegli anni, di ricordare i compagni che si immolarono l’ 8 dicembre 1943, di ritrovarsi tutti insieme per esorcizzare i timori di quei giorni. Ricordo l’entusiasmo del mio Papà all’avvicinarsi di questa data, la dura trasferta di un giorno, la visita al Sacrario, il “rancio sociale” e via di nuovo, ciascuno verso i rispettivi luoghi d’origine. Ed è per questo che anche il prossimo 8 dicembre, anniversario del 73° della battaglia, sarò al Sacrario di Montelungo a ricordare il mio Papà e tutti quei Reduci che ho conosciuto, ognuno con una sua storia da raccontare.-

LA SODDISFAZIONE

Certo, questa mia testimonianza farebbe sorridere i ventenni di oggi, l’età che il mio Papà aveva a quel tempo: chiedere al genitore un consiglio su come comportarsi e applicarlo alla lettera, senza discutere, non appartiene a questo tempo. Soddisfatto? Assolutamente sì del mio Papà, ma anche del nonno che dalla saggezza propria del pater familias ha fatto sì che il suo figliolo, un AUC, non pensasse neanche lontanamente a tradire il giuramento, né Lui, né i suoi commilitoni. Sarà per questo che ha sempre portato con fierezza il cappello piumato, ha rappresentato per tanti anni i bersaglieri di Pescara … E chissà se il tono perentorio del nonno non abbia contribuito, nel piccolo, alla rinascita dell’Italia!

(Bers. Ing. Sandro Di Russo – Probiviro Naz. dell’ANB)

Mio padre ad un Raduno dei Bersaglieri

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