GEOPOLITICA DELLE ETNIE                                                  

Tra le conseguenze della fine del confronto bipolare vi è stato un incremento dei conflitti G.-Bodietnici, tribali, intertribali ed identitari che hanno coinvolto prevalentemente i Paesi del terzo mondo, ma che hanno anche toccato in misura rilevante le Repubbliche dell’ex URSS e della ex Jugoslavia.([1]) Il mondo globalizzato, il sogno di un “villaggio globale”, si è tramutato in una balcanizzazione di alcune regioni che ha condotto ad erosioni e frammentazioni di Stati, nonché alla creazione di nuovi su vecchie basi etniche. I fattori che hanno provocato un simile stato di cose possono essere ricondotti a:

  • la scomparsa, negli Stati industriali, dei convincimenti in merito alla pacifica convivenza nelle società multietniche e multiculturali. Una immigrazione non filtrata per le reali necessità del Paese ospitante non è in grado di placare la pressione demografica del sud e fornire aiuto a quei Paesi dove la crisi economica è particolarmente mordace. La solidarietà può entrare in contrasto con le specificità culturali ed identitarie del Paese oggetto di immigrazione;

  • l’incremento dei localismi, solo parzialmente assimilabili ai conflitti interetnici, a seguito dell’attenuazione delle funzioni economiche degli Stati-nazione, acquisite dopo la rivoluzione industriale. Un simile mutamento è susseguente al processo di globalizzazione dell’economia. Da un tale stato di cose emergono conflitti di interesse collegati a tendenze autonomiste e secessioniste da parte di gruppi locali o regionali a livello sub-nazionale;

  • la rinascita dei nazionalismi su base etnica. Campo di eccellenza per la geopolitica, è la conseguenza inevitabile della disgregazione degli Stati e degli Imperi multinazionali. Sono mancati processi di “Nation-bulding” e di “State-bulding” come venne fatto, in alcuni casi, all’atto dell’affrancamento delle colonie africane e non. La carenza di una forza riconducibile ad una poderosa amministrazione centrale, le istanze etniche e locali hanno preso vigore rimettendo in discussione aspetti frontalieri ed economici. Non vi è stata una sufficiente opera di mediazione, o di imposizione, da parte dell’autorità centrale per cui i gruppi che godevano di taluni privilegi si sono trovati in minoranza nei nuovi Stati e, talvolta, sottoposti anche a discriminazioni ed ingiustizie.

         In tale contesto si inseriscono i contrasti esistenti nel diritto internazionale tra il diritto all’autodeterminazione dei popoli e quello all’inviolabilità dei confini; tra diritto all’autodeterminazione dei popoli e quello alla secessione dall’altro. Il primo è tutelato dall’ONU, con riferimento ai popoli coloniali che intendono acquisire indipendenza ed alle minoranze che vogliono conservare la propria identità culturale e fruire di autonomia amministrativa. Il secondo non è un diritto riconosciuto. Il problema non è meramente giuridico ma dipendente dalla profondità del conflitto politico a monte; la soluzione è determinata dai rapporti di forza economici, militari e psicologici che intercorrono tra i contendenti. Le aspirazioni secessioniste si ricollegano, di frequente, ad irredentismi per pretese, da parte dei gruppi etnici, in base a presunti “diritti storici”, su alcuni territori.

         I conflitti interni si sviluppano laddove vi sono, secondo la definizione di Yves LACOSTE, gli “Stati senza nazione” come sono molte ex colonie africane.([2])

         Molti Stati africani sono stati – e sono – in mano ad etnie o clan che gestiscono lo Stato (potere, amministrazione, economia, ecc.) nell’esclusivo interesse della famiglia, del clan, della tribù e dell’etnia. La politica non è Istituzione ma “interesse personale” – e non nazionale – eventualmente clanico. La “ragion di Stato” è un’astrazione a meno che non la si identifichi in quella personale o dell’etnia dominante. Sventuratamente simili situazioni, seppur meno evidenti e diffuse, sono rintracciabili anche in altre parti del mondo dove il potere è concentrato nelle mani di poche famiglie.

Le guerre di faglia

         Ogni guerra tra clan, tribù, gruppi etnici, comunità religiose e nazioni affonda le sue radici nelle identità storiche, culturali e religiose dei popoli. Sono prevalentemente molto sanguinose e violente in quanto implicano questioni identitarie. Tendono a protrarsi nel tempo; tregue ed accordi, in linea di massima, non sortiscono effetti ed i conflitti riesplodono periodicamente e violentemente. Non di rado si trasformano in genocidi. Questi contrasti sono definiti da S. HUNTINTINGTON “guerre di faglia”. Avvengono tra Stati, tra gruppi non governativi o tra Stati e gruppi non governativi appartenenti a differenti civiltà. I conflitti di faglia riguardano lotte per il controllo di popolazioni o di territori e tendono all’eliminazione fisica dell’avversario, ovvero ad una “pulizia etnica”; sono brutali e si fa ricorso al terrorismo, alla tortura, al massacro, allo stupro ed altro. Rispetto alle guerre locali sono prolungate nel tempo poiché i motivi identitari non sono risolvibili con negoziati o compromessi. Attraversano periodi di intensificazione, espansione, contenimento, interruzione ma raramente di soluzione. La centralità dell’identità porta ad un cristallizzarsi di un “noi contro loro”. Tendono a prevalere le posizioni estremiste rispetto a quelle moderate e conciliative. A differenza delle guerre locali – che scoppiano tra gruppi etnici, religiosi razziali o linguistici – quelle di faglia si scatenano prevalentemente per motivi religiosi([3]) e si caratterizzano, per le loro peculiarità culturali, a coinvolgere altri partecipanti. Sono contrasti sempre latenti, esempio di conflitto strutturale, dove non si ravvisa una possibile mediazione culturale. È evidente la volontà di “sottomettere o sopprimere l’altro”, per cui il conflitto è insanabile.

Le guerre etniche ed identitarie

         Non troppo dissimili dalle guerre di faglia sono quelle etniche ed identitarie. “Mentre i conflitti etnici internazionali, come Romanis-historical-distributionpure quelli interni o quelli derivanti da fondamentalismi religiosi, sono conflitti geopolitici, anche quando sfruttano miti e passioni certamente stimolati e più o meno controllati dalle élite politiche, i conflitti identitari ‘puri’ non sono risolvibili con mediazioni o compromessi. La lotta continuerà sino alla fine. I conflitti identitari sono caratterizzati dallo scontro di ‘narcisismi collettivi’. Derivano dalla paura esistenziale conseguente alla minaccia della scomparsa del proprio gruppo. L’individuo si identifica in una causa tragica. Non tutti i conflitti etnici e religiosi sono identitari, anche se i conflitti identitari sono sempre etnici e religiosi. Non traggono origine da rivendicazioni territoriali o da interessi materiali ma da processi collettivi di vittimizzazione. Il guerriero identitario non salva solo il suo gruppo, ma è anche persuaso di svolgere una missione sacrale, di redenzione dell’umanità. L’identitario rifiuta ogni dialogo. Il conflitto nasce nella paura ed è destinato a terminare nell’orrore”. ( nella cartina la distribuzione storica dei Romanìs)

         Con la fine del bipolarismo si sono create (o meglio sono riemerse) forze centripete e centrifughe che generano tensioni, le quali possono dar luogo a conflitti etnici ed identitari, ad irredentismi ed a spinte secessioniste. “Il nazionalismo crea rischi elevati di guerra se si riferisce ad un gruppo etnico senza Stato; oppure ad uno suddiviso tra molti Stati e si prefigge, in tal caso, la diaspora; se l’ideologia nazionale è egemonica, nel senso che sostiene la superiorità razziale, politica o guerriera della propria nazionalità nei confronti delle altre; infine, se il nazionalismo, invece di essere tollerante, opprime gli altri gruppi etnici. L’indebolimento dell’autorità centrale di molti Stati, il collasso delle ideologie, il minore rilievo economico della dimensione nazionale, la presenza di poderose forze transnazionali e sovranazionali stanno erodendo gli Stati-nazione e provocano tendenze autonomiste, separatiste, secessioniste ed irredentiste, che sono all’origine della conflittualità attuale”. Nei conflitti etnici internazionali, talvolta, uno Stato con analoga etnia sostiene l’etnia minoritaria dello Stato avverso con denaro, armi, zone rifugio, pressioni internazionali, supporto dei mass media, favorendo l’ingresso di persone con la stessa etnia al fine di accelerare lo scontro e la caduta dello Stato nemico. Una sottoclasse di tali conflitti, conseguenza della decolonizzazione, sono i conflitti tribali od inter-tribali che coinvolgono Stati sviluppati e non del terzo mondo. In relazione ai conflitti etnici ed identitari vi sono posizioni molto diverse. Alcuni sostengono che “non ci si può opporre alle forze culturali, etniche ed identitarie, poiché sono alla base del principio di autodeterminazione dei popoli e della naturale tendenza delle nazionalità ad acquisire l’indipendenza ed a trasformarsi in Stati-nazione. In tale ottica, la politica più saggia sarebbe quella di non opposi alla proliferazione degli Stati, anzi di promuovere secessioni pacifiche per evitare che esse avvengano con la violenza”. Altri reputano che “l’omogeneizzazione etnica pone grossi problemi, dato che può essere realizzata solo attraverso la pulizia etnica e con uno scambio più o meno volontario delle minoranze, mentre non è praticabile con il semplice spostamento di confini”. Un’altra corrente è “completamente contraria all’idea di modificare l’ordine mondiale esistente, basato sul principio dell’inviolabilità dei confini, per passare ad un ordine basato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla moltiplicazione degli Stati. Mettere in discussione i confini significherebbe provocare un lungo e terribile periodo di instabilità, di disordini, di conflitti e di massacri”.

         I governi, per mobilitare il consenso interno e cementarlo con quello dei loro alleati, tendono a demonizzare il nemico ed a definire ”obiettivi non limitati, ma assoluti per l’azione militare. Unitamente al potere distruttivo delle armi moderne, ciò provoca una delegittimazione della guerra come strumento della politica, per trasformarla quasi in un’arma del destino, dell’ideologia e della giustizia”. Si tratta di conflitti endemici e cronicizzati, comunque sempre latenti.

(Giuseppe Bodi)

Bibliografia

  1. Jean, Guerra, strategia e sicurezza, Laterza

Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti

[1]           Era costituita da sei Repubbliche: Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia, nonché da due Regioni autonome: Voivodina e Kosovo.

[2]           La conflittualità deriva solo in parte dall’artificiosità delle frontiere esterne che troppo spesso prescindono dai tradizionali spazi delle varie etnie. Nella maggior parte dei casi sono lotte tra etnie per il predominio e la gestione del potere dello Stato. Altre cause sono il fallimento dei modelli politici occidentali, estranei alle realtà locali, le crisi economiche, lo sviluppo demografico; ragione profonda ed ancestrale, purtroppo sottovalutata, è la schiavizzazione di alcune etnie da parte di altre. Alcune etnie guerriere africane alimentavano la schiavitù sottomettendo altre etnie, vendendo gli schiavi ai mercanti.

[3]           Samuel P. Huntington, afferma: “Interi millenni di storia umana dimostrano come la religione non sia affatto ‘una piccola differenza’, ma probabilmente l’elemento distintivo più profondo che possa esistere tra i popoli”.