Fra le ricorrenze che costellano i quattro anni di Centenario della Grande Guerra in Italia, quella che ricorda la Battaglia di Caporetto è senz’altro la più emblematica. Eterni dibattiti sulle responsabilità della disfatta, sui reparti allo sbando, sulle decimazioni. Questo è stato per anni Caporetto, nella coscienza collettiva. Una pagina di vergogna. Esiste tuttavia un’altra verità: quella di chi c’era! Quella di unità che hanno voluto e saputo resistere contro ogni speranza, gettando il seme di quella che sarebbe stata la rinascita sul Piave. Fra questi bravi soldati ci furono interi reparti di Bersaglieri, che portarono a termine le ultime consegne a prezzo di sangue. Ce ne parla il Gen Vero Fazio, in una splendida ricostruzione descritta in un articolo apparso sul Numero Unico del Raduno Nazionale Bersaglieri da poco svoltosi a Pescara (d.ssa C. Tomassini)

L’esito della 11a battaglia dell’Isonzo, detta della Bainsizza, che aveva portato gli italiani molto vicini al conseguimento dell’obiettivo strategico rappresentato dalla città di Trieste, destò forti preoccupazioni nell’Alto Comando austro-ungarico e, soprattutto, nello Stato Maggiore germanico, per una possibile nuova e definitiva sconfitta, con conseguente uscita dal conflitto, della Duplice Monarchia. Tale timore indusse i vertici militari austro-tedeschi a concepire una offensiva poderosa da attuarsi nella Carnia, allo scopo di ricacciare indietro gli italiani, facendoli ritirare possibilmente oltre il fiume Tagliamento. A questo scopo, con truppe sceltissime e particolarmente adatte alla condotta di operazioni in montagna, fu costituita la 14a Armata, composta da sette Divisione tedesche ed otto austro-ungariche, destinata allo sfondamento dello schieramento italiano nel tratto di fronte che andava dalla conca di Plezzo all’abitato di Tolmino, località, queste due, a cavallo del paese di Caporetto, lungo l’alto corso del fiume Isonzo. Le due località erano caratterizzate dall’essere due “Teste di ponte” austriache oltre il fiume stesso; in sostanza, da tali due aree era possibile per le truppe austro-tedesche irrompere alle spalle delle linee tenute dagli italiani senza dover affrontare le onerose operazioni per superare il corso d’acqua.Una volta superate le difese italiane in corrispondenza di dette località, sarebbe stato facile risalire il corso dello stesso fiume, percorrendo le rotabili che lo costeggiano, cogliendo alle spalle la prima linea difensiva italiana, imperniata sulle incongrue posizioni del Rombon, Monte Nero, Monte Rosso, Sleme e Mrzli. Le truppe attaccanti avrebbero attuato la tattica dell’infiltrazione, già sperimentata con successo su altri fronti di guerra, che prevedeva l’articolazione delle forze per nuclei anche di modesta entità numerica, ma poderosamente armate e guidate da ufficiali e sottufficiali abituati ad operare in piena autonomia e animati da un fortissimo spirito di iniziativa, che dovevano ricercare i punti deboli dello schieramento avversario, penetrarvi, aggirare e battere le difese, colte alle spalle e di sorpresa.

A fronte di tali procedimenti fortemente innovativi, le truppe italiane, per errori di valutazione commessi dai più alti livelli di comando, mantennero posizioni del tutto inadeguate a parare la minaccia che si profilava, e quando il Cadorna, finalmente convintosi della possibilità dell’imminente attacco nemico, dette gli ordini necessari, ma non fu pienamente obbedito dai suoi sottoposti o lo fu con colpevole ritardo; né, d’altra parte, si preoccupò di controllare l’avvenuta esecuzione di quanto da lui disposto. Alle prime ore del 24 ottobre del 1917, si scatenò dalle posizioni tenute dalle truppe austro-tedesche un violentissimo fuoco di artiglieria, integrato anche con lancio di ordigni a gas, che falcidiarono le truppe italiane.

Lo sfondamento delle linee in corrispondenza delle due Teste di ponte fu immediato ed altrettanto rapida fu la progressione delle forze austro-tedesche alle spalle delle ignare truppe italiane che, paralizzate dalla sorpresa, abbozzarono, quando possibile, una inefficace reazione, ovvero si arresero in gran numero, mentre quelle che poterono si ritirarono verso le retrovie. L’afflusso delle riserve, schierate su posizioni troppo arretrate, fu tardivo e conseguentemente altri reparti andarono ad aumentare il numero già elevato dei prigionieri. 

In tale tragico quadro, il comportamento delle unità bersaglieri schierate nell’area dove si ebbe lo sfondamento fu conforme allo spirito che da sempre anima la specialità e che è fondato su dedizione, spirito di sacrificio, disciplina e coraggio.

Quel settore di fronte era tenuto da tre Corpi d’Armata: il IV ed il XXVII in prima schiera ed il VII in riserva; tutte e tre le Grandi Unità complesse facevano parte della 2a Armata, comandata dal Gen. Capello. In esse erano presenti quattro reggimenti bersaglieri così suddivisi:

  • 2° reggimento (Ten. Col. b. Ernesto RICCHIERI) e 9° reggimento (Col. b. Arturo REDAELLI) inquadrati come riserva del IV C.d’A.;

  • 4a Brigata bersaglieri (Gen. Brig. Renato PIOLA CASELLI), su 14° reggimento (Ten. Col. b. Carlo BOSIO) e 20° reggimento (Ten. Col. b. Carlo CACACE), inquadrata nel VII C. d’A. riserva di settore.

Oltre a dette unità di fanti piumati, va ricordata la 47a Divisione Bersaglieri (Ten. Gen. Gustavo FARA), che, pur se in organico al XXVIII C.d’A., schierato a sud del settore di Caporetto, fu impiegata dal Gen. Capello per cercare di contrastare lo sfondamento che si andava profilando. La Divisione inquadrava la 1a Brigata bersaglieri (Col. b. Adolfo LEONCINI) e la 5a Brigata bersaglieri (Magg. Gen. Giuseppe BORIANI), rispettivamente su 6° reggimento (Ten. Col. b. Ambrogio AGNESI) e 12° reggimento (Ten. Col. b. Pietro FRIGERIO) per la prima e 4° reggimento (Ten. Col. b. Alessandro GILLIO) e 21° reggimento (Col. b. Angelo COSENTINI) per la seconda. 

2° e 9° reggimento bersaglieri

Le vicende che hanno riguardato il 2° ed il 9° bersaglieri in occasione della battaglia di Caporetto, danno la misura dell’incertezza, confusione ed approssimazione che regnavano nell’ambito degli Alti Comandi responsabili della difesa di quel settore. In particolare, il giorno 17 di ottobre i due reparti costituivano una aliquota della riserva del IV C. d’A.; il giorno successivo, il Comando della 2a Armata, in relazione alla indeterminatezza della minaccia avversaria, preferiva rinforzare il VII C. d’A. in riserva, che veniva a disporre complessivamente di quattro Brigate di fanteria e dei due reggimenti bersaglieri, con il compito di: sostenere le difese avanzate; costituire un rinforzo dietro le ali del IV e XXVII C. d’A.; guarnire le posizioni della Linea di Resistenza ad Oltranza che correva lungo le importanti posizioni dei monti Kolovrat e Matajur; tenersi in misura di manovrare controffensivamente al momento opportuno.

Nei seguenti giorni 20 e 21, a seguito di informazioni ottenute da ufficiali austro-ungarici disertori, che servivano a meglio configurare la pericolosità della minaccia, il Gen. Capello disponeva la restituzione al IV Corpo i due reggimenti bersaglieri, che venivano destinati, rispettivamente, il 9° alla 43a Divisione, per guarnire con aliquote di battaglione, la Linea di Resistenza ad Oltranza in corrispondenza di Monte Nero e Monte Rosso ed il 2° alla 46a Divisione, anch’esso per guarnire la medesima Linea di Resistenza, in corrispondenza dei Monti Mrzli e Sleme.

I provvedimenti, peraltro imposti dall’incalzare degli eventi, non ebbero i risultati sperati, soprattutto per la rapida manovra messa in atto dalla 12a Divisione slesiana che, irrompendo dalla testa di ponte di Tolmino e risalendo l’Isonzo lungo le due strade che corrono parallele alle sponde del corso d’acqua, prese alle spalle tutto il dispositivo italiano schierato sulla Linea di Resistenza Avanzata. In questa fase, i bersaglieri di entrambi i reggimenti si opposero strenuamente alla progressione degli slesiani, costituendo successive linee difensive nel fondo valle Isonzo.

Iniziava così il calvario delle due unità, i cui resti si ritirarono, combattendo valorosamente prima in corrispondenza del ponte di Ternova e successivamente sul Monte Stol e sul Monte Carnizza. Il giorno 30 di ottobre, i resti del 9° reggimento, con compiti di retroguardia, erano schierati in corrispondenza del fiume Tagliamento, che attraversarono per ultimi e combattendo duramente, al ponte di Pinzano. Gli sparuti resti dei due reggimenti si ritrovarono dopo il giorno 9 di novembre oltre il fiume Piave ed in seguito, mentre il 9° venne sciolto per essere ricostituito solo nel 1924 come reggimento di bersaglieri ciclisti; il 2° venne prontamente ricostituito ed insieme al 3° reggimento, inquadrato nella 7a Brigata bersaglieri, prese parte alla battaglia di Vittorio Veneto.

4a Brigata bersaglieri, su 14° e 20° reggimento

Nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre, immediatamente prima dell’inizio della battaglia, la 4a Brigata bersaglieri, con i dipendenti 14° e 20° reggimento, era inquadrata nel VII Corpo, con il compito di presidiare la Linea di Difesa d’Armata, in corrispondenza del importantissimo valico di Luico, la cui perdita avrebbe consentito agli austro-tedeschi il rapido accesso alla pianura friulana; la Brigata aveva appena eseguito il movimento verso queste posizioni ed i primi nuclei stavano occupando le trincee. Per queste unità il giorno 24 trascorse calmo e solo nella notte sul 25, la Brigata prese parte a duri scontri in corrispondenza dell’abitato di Golobi, a nord-est del suddetto valico.

I bersaglieri resistettero strenuamente sino al successivo giorno 26 quando, a seguito del cedimento di un’altra unità contermine, furono costretti ad abbandonare le proprie posizioni per evitare l’accerchiamento ed a schierarsi più a valle su una linea di sbarramento realizzata a cavallo dell’abitato di Savogna. Nel pomeriggio dello stesso giorno, attaccata massicciamente dalla 200a Divisione germanica, la Brigata ripiegò nuovamente ed i suoi resti realizzarono una nuova linea d’arresto tra le località di Purgessimo e Castel del Monte.

Il 27 ottobre la 4a Brigata, sempre inquadrata nel VII Corpo d’Armata, era schierata a Beivars, nella periferia est di Udine, per tentare l’estrema difesa della città, ma la pressione sempre più forte delle truppe austro-tedesche imbaldanzite dal successo, indusse un nuovo ripiegamento del C. d’A. e delle sue unità, prima in corrispondenza dell’allineamento di Moruzzo-Fagagna e successivamente, il 31 ottobre, sul Tagliamento, in corrispondenza di Spilimbergo.

Attraversato il Fiume, i resti della 4a Brigata entrarono a far parte di una unità di retroguardia e svolsero un’azione ritardatrice nell’area compresa tra il suddetto fiume e la Livenza, dove giunsero il 6 di novembre. Il successivo giorno 8 queste forze, ridotte significativamente nell’organico, irrigidirono ancora una volta la difesa in corrispondenza del Fiume Monticano ed il 9 superarono il Piave, attestandosi lungo la sponda destra del fiume, in attesa del riordinamento.

47a Divisione Bersaglieri

Come accennato precedentemente, la 47a Divisione Bersaglieri, pur se in organico al XXVIII C.d’A., responsabile di un settore di fronte più a sud, fu impiegata dal Gen. Capello per cercare di contrastare le forze avversarie che stavano irrompendo dalla testa di ponte di Tolmino, alle spalle delle linee di difesa italiane. A tale fine, venne dato ordine alla Divisione di portarsi in corrispondenza del Monte Globocak, altura che si affaccia sulla valle dell’Isonzo e fronteggia la conca di Tolmino, con il compito di tenersi in misura di presidiare la Linea di Difesa d’Armata e contrattaccare le forze avversarie; alle 24.00 del 24 tutte le unità bersaglieri erano sulle posizioni assegnate, ma nulla poterono contro la 12a slesiana che già dalle prime fasi dell’offensiva aveva risalito il corso dell’Isonzo verso nord e che a metà giornata aveva conquistato l’abitato di Caporetto.

Per tutta la giornata del 25, la Divisione difese le posizioni assegnatele impedendo alla 1a Divisione da montagna austro-ungarica lo sfondamento della linea anche nel settore di competenza. Il giorno 26 la Divisione ripiegò a sud per schierarsi, con compiti di retroguardia, a sbarramento del Torrente Judrio, in corrispondenza del Monte Korada, dove tenne testa a soverchianti forze nemiche sino al giorno 27, quando, avutasi notizia della conquista da parte dell’avversario di Cividale, ricevette l’ordine di ripiegare e schierarsi a sbarramento delle Convalli del Natisone, tra gli abitati di Manzano e Brazzano. Il giorno 30, la Divisione ripiegò per schierarsi sull’allineamento Lestizza- Chiasellis, a protezione dei Corpi d’Armata dell’ala destra della 2a Armata, destinate ad attraversare il Fiume Tagliamento in corrispondenza di Madrisio e Latisana. Il giorno dopo i resti della Divisione, assai provati dai combattimenti sostenuti sino a quel momento, erano nella zona tra Valvasone-Murlis-Castions-Casarsa ad occidente del fiume, per continuare a svolgere il compito di protezione delle truppe in ritirata del settore di destra della 2a Armata, compito che continuarono a svolgere con abnegazione e spirito di sacrificio sino al giorno 9 novembre, quando tutte le unità e dell’Armata ed i resti della 47a Divisione raggiunsero finalmente la destra del Piave.

La battaglia di Caporetto fu indubbiamente un evento della massima gravità per le armi italiane. Le cause secondo gli storici sono da attribuite agli errori di valutazione dei Comandanti ai più alti livelli, circa la reale situazione dei due contendenti in quel luogo ed in quel momento; a tali errori si sommò la profonda crisi morale attraversata dalle truppe, stanche per il protrarsi una guerra durissima, logorante e ingiustificatamente sanguinosa, basata esclusivamente su reiterate battaglie offensive, scriteriate, mai risolutive e che comportavano perdite umane gravissime.

Anche in questa difficile contingenza attraversata dalla Patria, i bersaglieri, come sempre fatto nel passato, seppero dare una risposta adeguata alla loro fama. Come narrato precedentemente, infatti, quando la rottura delle difese italiane era oramai una realtà, essi furono impiegati con compiti di retroguardia, a protezione delle unità coinvolte nella difficilissima manovra in ritirata. Tale impiego, come è facilmente intuibile, richiede nei reparti chiamate ad attuarla attitudini particolari quali abnegazione incondizionata, coraggio, generosità, spirito di iniziativa, rapidità di esecuzione degli ordini, pronta disponibilità al sacrificio anche della propria vita; attitudini queste da sempre possedute in larga misura e manifestate in ogni occasione dai Fanti piumati.