1a parte: “Il 1° Raggruppamento Motorizzato”

(di Vero Fazio)

Nei drammatici giorni a seguito del Proclama dell’8 th_Vero in montagnasettembre 1943, con cui il Capo del Governo Maresciallo Pietro Badoglio annunciò l’accettazione da parte angloamericana della richiesta di armistizio, gran parte dell’Esercito italiano venne colto di sorpresa dal nuovo corso degli eventi. In breve tempo le truppe italiane, furono facile preda delle ben più organizzate milizie naziste, che già dal 25 luglio precedente, quando era caduto il regime fascista, si erano preparate alla assai probabile uscita dell’Italia dalla guerra.

Nei giorni che seguirono quella data, mentre a Roma, a Cefalonia, Corfù, Rodi, Lero pochi ardimentosi presero le armi contro i tedeschi nel rispetto del giuramento prestato, la massa delle nostre forze si sbandò: 1.000.000 di uomini caddero nelle mani dei nazisti e furono avviati nei campi di concentramento; quelli della rimanente parte, circa 2.700.000 uomini, semplicemente andarono a casa o si unirono ai partigiani per partecipare alla guerra di resistenza in Italia ed all’estero; altri, quelli che già si trovavano nei territori in mano agli alleati, rimasero in armi e parteciparono in vario modo alla Guerra di Liberazione, costituendo il seme da cui doveva prendere vita il futuro Esercito Italiano.

L’Esercito del Regno del Sud disponeva a metà novembre del 1943 di nove divisioni mobili, di cui alcune notevolmente provate dai primi scontri con i tedeschi subito dopo l’8 settembre, e da una decina di divisioni costiere; si riteneva altresì di poter disporre di magazzini con discrete scorte e di quell’abbondante preda bellica in fatto di armamenti e munizionamento in mano alleata in Sicilia, Sardegna, Corsica e nel nord Africa, con cui si sarebbe potuto sostenere lo sforzo bellico italiano contro l’occupante germanico. Queste erano le troppo ottimistiche speranze italiane, ma presto si rivelarono solo illusioni, poiché gli angloamericani avevano ben altri piani.

Sia nel cosiddetto Armistizio Corto, sottoscritto il 3 settembre del 1943, che nell’Armistizio Lungo del successivo 29 settembre gli intendimenti degli alleati erano assolutamente chiari ed espliciti: resa senza condizioni; formulazione questa che le autorità governative italiane speravano venisse attenuata a seguito di una partecipazione attiva di truppe italiane alle operazioni condotte dalle stesse forze angloamericane.

Tale partecipazione, peraltro, apparve subito di difficile attuazione a causa di una sostanziale ostilità britannica, solo in parte mitigata da un atteggiamento di maggiore comprensione della parte statunitense, soggetta peraltro, a delle pressioni esercitate dall’autorevole comunità italoamericana.

A seguito di una fattiva ed efficace opera portata avanti dal Governo italiano e dai nuovi vertici militari, rappresentati dal Maresciallo Giovanni Messe, che aveva intanto assunto la carica di Capo di Stato Maggiore Generale, e dal Generale Paolo Berardi, nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, si riuscì ad ottenere l’autorizzazione alla creazione di una unità italiana di modeste dimensioni (non più di 5000 uomini) denominato 1° Raggruppamento motorizzato e che avrebbe preso parte alle operazioni belliche contro i tedeschi, inquadrato nella V Armata americana.

Il Raggruppamento, comandato dal Gen. Vincenzo Dapino, già comandante interinale della Divisione “Legnano”, era costituito da:

– 67° Reggimento di fanteria, su I e II Battaglione, tratto dalla Divisione “Legnano”;

– LI Battaglione bersaglieri allievi ufficiali;

– 11° Reggimento di artiglieria;

– V Battaglione controcarri;

– LI Battaglione misto del genio, più unità di supporto logistico.

Il LI battaglione bersaglieri, in particolare, era costituito da allievi ufficiali di complemento della specialità, che secondo le norme in vigore, prima di essere avviati alle scuole per la frequenza del regolare corso, venivano inquadrati in battaglioni di istruzione, nel cui ambito seguivano l’addestramento di base e sostenevano gli esami per accedere ai vari gradi della truppa; al termine di tale iter venivano promossi sergenti ed avviati alle scuole allievi ufficiali. Nell’estate del 1943, in considerazione della incerta situazione politico militare che si era venuta a creare dopo il 25 luglio, quei battaglioni vennero impiegati come unità organiche e distribuiti su tutto il territorio nazionale per la difesa di istallazioni fisse e dei campi di aviazione. Il LI, dislocato nella zona di Bari, dopo l’8 settembre venne impiegato contro i tedeschi e si dimostrò particolarmente aggressivo e meritevole di essere prescelto per entrare a far parte del 1° Raggruppamento motorizzato.

Questa unità peraltro, che già dalla sua costituzione, avvenuta il 28 settembre 1943, lamentava una gravissima deficienza di materiale d’armamento e di equipaggiamento – come conseguenza dei limiti e inadeguatezze che si erano ampiamente manifestate nel corso del conflitto – doveva comunque essere di esclusiva provenienza nazionale. Ciò, per espresso volere degli angloamericani. Ma, oltre a questi aspetti di carattere prettamente materiale ed organizzativo, notevoli si mostravano i condizionamenti di natura morale e politica conseguenti ai modi con cui si era arrivati all’armistizio.

Era latente infatti, nella massa degli italiani, siano essi civili o militari, una scarsa disponibilità a tornare a combattere, convinti che l’armistizio li aveva ormai tagliati fuori dai giochi. Si sarebbe solo dovuto aspettare che gli alleati raggiungessero quella vittoria, che appariva assolutamente immancabile e liberatrice. Inoltre, le formazioni politiche, specie quella repubblicana, che nel sud si erano riorganizzate nutrivano non pochi sospetti nei confronti di quell’embrione del nuovo Esercito che veniva ritenuto filo monarchico; e tali atteggiamenti influirono non poco sull’efficienza dell’unità nei primi mesi della sua vita.

Il giorno 6 novembre, il Raggruppamento si trasferì da San Pietro Vernotico, dove si era costituito e dove si era svolta la fase di amalgama dei reparti dipendenti (il LI battaglione era dislocato a Cellino San Marco), alla zona di Avellino, allo scopo perfezionare l’addestramento e di avvicinarlo alla zona di combattimento, in previsione di un suo impiego: gli angloamericani erano giunti nella determinazione di utilizzarlo al più presto. Ma mentre lo spirito combattivo degli uomini aveva raggiunto un livello rassicurante, gravi carenze venivano ancora lamentate per quanto riguardava gli equipaggiamenti (carenza di calzature e di uniformi), di mezzi (scarsa disponibilità di automezzi per le unità di fanteria) e soprattutto di munizioni, sia per quanto riguardava le artiglierie che le armi portatili (disponibilità di sole 10 giornate di fuoco), tuttavia la decisione era stata presa: il 1° Raggruppamento motorizzato avrebbe partecipato ai primi di dicembre all’attacco della “Winter Line”, inquadrato nella 36aDivisione americana “Texas”. La “Winter Line” era la Gustav 2denominazione data dagli americani alla linea fortificata tedesca Gustav ed alle altre avanstrutture di sicurezza che integravano la linea stessa. In particolare, la 36a“Texas” e quindi il Raggruppamento motorizzato, avrebbero dovuto espugnare la linea Bernhardt  che tagliava la stretta di Mignano, tra Monte Sammucro ad est e Monte Maggiore ad ovest. La stretta di Mignano era percorsa in senso longitudinale dalla SS n. 6 “Casilina” e dalla linea ferroviaria Roma – Napoli e la sua conquista avrebbe aperto alle truppe alleate la valle del fiume Liri e quindi la via verso Roma. La stessa stretta, oltre ai già citati Monti Sammucro e Maggiore, era caratterizzata orograficamente da un cordone collinare che, ad andamento sud – nord ed a quote crescenti, ne limitava ulteriormente la percorribilità, riducendola a due stretti corridoi: quello ad est percorso dalla SS 6 e quello ad ovest dalla linea ferrata; quel cordone collinare era Monte Lungo, alla cui conquista era destinato il Raggruppamento motorizzato.

Monte lungo

  Il disegno di manovra del comandante della 36aDivisione, Generale Walker, prevedeva in primo tempo (vds, schema ) l’attacco e la conquista del M. Sammucro e del M. Maggiore e successivamente del paese di San Pietro Infine. L’azione era affidata al 143° rgt., rinforzato da un battaglione Ranger, per il Sammucro e per San Pietro ed al 142° rgt., che doveva occupare il M. Maggiore. Successivamente sarebbe iniziato l’attacco al Monte Lungo da parte del I btg.del 67° rgt.fanteria italiano, seguito dal LI btg. bersaglieri, in secondo scaglione. Quest’ultimo, inoltre, doveva distaccare la 2a compagnia a sinistra del dispositivo, per dare copertura al I/67° da minacce nemiche provenienti dalle pendici di M. Maggiore.

Le posizioni da conquistare erano tenute da un battaglione del 15° reggimento della 29aDivisione granatieri corazzati:quattro compagnie per un totale di circa 500 uomini, che avevano avuto il tempo per sistemarsi a difesa, in postazioni scavate nella roccia, integrate da sacchetti a terra ed irrobustite da elementi di rotaie ferroviarie; ogni postazione era presidiata da due granatieri che disponevano di una mitragliatrice MG 42, due machine pistol, due fucili Mauser e bombe a mano. Per contro, i fanti italiani ed i bersaglieri disponevano di fucili mod. 91 e bombe a mano offensive del tipo SRCM, i comandanti di plotone, e solo loro, erano armati con i nuovi moschetti automatici MAB.

Alla sera del 7 dicembre iniziò l’offensiva alleata con l’attacco al M. Sammucro, ma l’obiettivo si dimostrò più difficile del previsto e la quota venne conquistata solo il giorno 9, mentre l’attacco verso San Pietro venne bloccato subito e non fu più ripetuto. Ad ovest il 142° rgt. acquisì con facilità la cima di M. Maggiore, ma non si preoccupò di fare altrettanto con le pendici est dell’altura, dove erano presenti numerose postazioni tedesche con mitragliatrici e mortai; di questa “svista” ne faranno le spese i bersaglieri della 2a compagnia ed i fanti del 67° quando inizieranno la loro azione.

All’alba del giorno 8, dopo una breve azione di preparazione da parte dell’11° rgt. di artiglieria,i fanti ed i bersaglieri del Raggruppamento scattarono all’assalto protetti dall’oscurità e da una fitta nebbia che li sottrasse all’osservazione ed al fuoco del nemico, ma quando apparve un pallido sole e la nebbia cominciò a diradarsi ebbe inizio dalle pendici di M. Maggiore una rabbiosa azione di fuoco diretta contro i bersaglieri che ne Monte Lungo 3risultarono decimati e che in pochi minuti persero tutti gli ufficiali. Arrestati e neutralizzati i fanti piumati, tutto il fuoco da M. Maggiore e di quello partente dalla quota più alta di M. Lungo si concentrò sui fanti del I/67° che furono a loro volta falcidiati e costretti a ripiegare sulle basi di partenza.

Si concludeva così in maniera drammatica la prima azione di guerra del 1° Raggruppamento motorizzato, che al termine della giornata lamentava la perdita di 47 morti, 102 feriti e 151 dispersi.

L’azione venne ripetuta otto giorni dopo, il 16 di dicembre, ma questa volta fu preparata con maggiore cura e con forze superiori da parte statunitense, che mise in campo tutti e tre i reggimenti in organico alla Divisione “Texas”, per sostenere l’azione su M. Lungo, ancora una volta affidata al Raggruppamento italiano (vds. schema 2), che impegnò in combattimento il II Battaglione del 67° ed ancora il LI bersaglieri in secondo scaglione.

Alle 09,15 le fanterie italiane scattarono all’attacco con una azione frontale dei fanti del 67° mentre i bersaglieri impegnavano con azione avvolgente il fianco destro del dispositivo nemico. Alle ore 12,30 il monte era conquistato.

Il Raggruppamento aveva assolto pienamente il proprio compito, ma appariva profondamente provato dai combattimenti e dalle perdite subite, tanto che gli americani decisero di ritirarlo dal fronte per un periodo di riposo e di ricostituzione; i combattimenti sostenuti avevano dimostrato la sostanziale inadeguatezza degli equipaggiamenti ed armamenti in dotazione agli italiani se paragonati a quelli degli alleati e, soprattutto, a quelli impiegati dai tedeschi, ma ancora più grave era la situazione psicologica e morale degli uomini. I più, infatti, si chiedevano perché solo loro dovevano affrontare il nemico? Perché venivano loro lesinate le armi, le munizioni e persino le calzature? E per coloro che avevano la propria famiglia nei territori occupati dai nazisti, si aggiungeva la preoccupazione di eventuali rappresaglie nei confronti dei propri cari: erano pertanto necessari provvedimenti radicali.

Il Gen. Dapino, peraltro, assolutamente non responsabile della situazione critica dell’unità, venne sostituito dal Gen. Umberto Utili, che fino a quel momento aveva ricoperto l’incarico di Capo della Missione Militare Italiana di Collegamento con le truppe alleate e che si pose con decisione alla ricostituzione morale e materiale del Raggruppamento, per riportarlo prima possibile in linea. A tale fine si provvide, anche con il favore degli alleati, al potenziamento dell’unità che risultò costituita dal:

– 68°Reggimento su tre battaglioni di fanteria;

4° Reggimento bersaglieri, al comando del Colonnello Fucci, su XXIX e XXXIII battaglione;

– IX Reparto d’assalto;

– CLXXXV Battaglione paracadutisti

– Battaglione alpini “Piemonte”

– 11° Reggimento di artiglieria;

– unità del genio ed unità di supporto logistico,

per un organico complessivo pari a circa 14.000 uomini, cui tuttavia, per ragioni eminentemente politiche, gli alleati non vollero attribuire il rango di una Divisione.

All’alba del 31 marzo del 1944, il Raggruppamento, inquadrato ora nel Corpo d’Armata polacco, passò all’attacco per la conquista di Monte Marrone, importante caposaldo che avrebbe condizionato le successive operazioni delle forze alleate. All’azione fu destinato il battaglione alpini “Piemonte” fiancheggiato dal battaglione paracadutisti e dal XXXIII bersaglieri, che rinforzato da due plotoni mortai del XXIX bersaglieri avrebbe preso possesso della zona delle Mainarde. Nella Monte Lungo 4tarda mattinata tutti gli obiettivi venivano occupati e rinforzati per prevenire la reazione avversaria, che puntualmente si scatenò il successivo giorno 1, nell’intento di riconquistare quelle posizioni tanto importanti per la tenuta dell’intero fronte, ma ovunque alpini, bersaglieri e paracadutisti tennero duro, creando le premesse per la prosecuzione dell’avanzata alleata verso nord. Con la conquista di Monte Marrone e delle Mainarde si concluse l’intero ciclo operativo del 1° Raggruppamento motorizzato che successivamente trasformato in Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.), avrebbe proseguito al fianco degli alleati la sua azione per la liberazione del territorio nazionale.  Ma questa sarà l’oggetto di una successiva narrazione.

(Art.Gen.Vero Fazio)